Odissea: la commovente storia di Argo, il cane di Ulisse

Odissea: la commovente storia di Argo, il cane di Ulisse

Una delle più antiche e commoventi storie che testimoniano l’infinito e incondizionato amore del cane nei confronti dell’uomo è sicuramente quella che ha per protagonista Argo, il cane di Ulisse

La Grecia è ritenuta la madre della civiltà europea. Il suo splendore è unico al mondo: il mare, il sole, i paesaggi indimenticabili e i siti archeologici che conservano ancora oggi i ricordi di un passato misterioso, ne fanno una meta elettiva del turismo di massa.

Dalla letteratura alla storia degli antichi greci si comprende che i cani hanno avuto, allora come oggi, una presenza costante nella vita del Paese.

La storia letteraria e artistica greca è disseminata di immagini e riferimenti al miglior amico dell’uomo: dalla preistoria ai giorni nostri. Per i Greci, infatti, i cani erano stati creati dal dio Vulcano e la loro importanza si rispecchia anche nelle prime forme di letteratura, ne è una prova il celebre Argo di Ulisse.

Come ci racconta Omero nel suo celebre poema, Ulisse dopo le traversate che lo hanno tenuto lontano dalla Patria per oltre vent’anni, riesce a fare ritorno nella sua Itaca, travestito però da mendicante per poter essere irriconoscibile e tendere quindi una trappola ai Proci che, in sua assenza, si erano installati nella sua casa insidiando Penelope e sperperando i suoi beni.

Nonostante il travestimento, Argo il fedele cane ormai anziano, riconosce il padrone immediatamente e, dopo averlo atteso tutta una vita, può finalmente chiudere gli occhi per sempre. Nei versi omerici c’è tutta la storia di questo fedelissimo animale, da impavido cane da caccia ad animale anziano ormai abbandonato a se stesso fino al fatidico incontro.

“Così dicean tra lor, quando Argo, il cane,
Ch’ivi giacea, del pazïente Ulisse,
La testa, ed ambo sollevò gli orecchi.
Nutrillo un giorno di sua man l’eroe,
Ma còrne, spinto dal suo fato a Troia,
Poco frutto poté. Bensì condurlo
Contra i lepri, ed i cervi, e le silvestri
Capre solea la gioventù robusta.
Negletto allor giacea nel molto fimo
Di muli e buoi sparso alle porte innanzi,
Finché i poderi a fecondar d’Ulisse
Nel togliessero i servi. Ivi il buon cane,
Di turpi zecche pien, corcato stava.
Com’egli vide il suo signor più presso,
E, benché tra quei cenci, il riconobbe,
Squassò la coda festeggiando, ed ambe
Le orecchie, che drizzate avea da prima,
Cader lasciò; ma incontro al suo signore
Muover, siccome un dì, gli fu disdetto.
Ulisse, riguardatolo, s’asterse
Con man furtiva dalla guancia il pianto,
Celandosi da Eumeo, cui disse tosto:
Eumeo, quale stupor! Nel fimo giace
Cotesto, che a me par cane sì bello.
Ma non so se del pari ei fu veloce,
O nulla valse, come quei da mensa
Cui nutron per bellezza i lor padroni.
E tu così gli rispondesti, Eumeo:
Del mio Re lungi morto è questo il cane.
Se tal fosse di corpo e d’atti, quale
Lasciollo, a Troia veleggiando, Ulisse,
Sì veloce a vederlo e sì gagliardo,
Gran maraviglia ne trarresti: fiera
Non adocchiava, che del folto bosco
Gli fuggisse nel fondo, e la cui traccia
Perdesse mai. Or l’infortunio ei sente.
Perì d’Itaca lunge il suo padrone,
Né più curan di lui le pigre ancelle:
Ché pochi dì stanno in cervello i servi,
Quando il padrone lor più non impera.
L’onniveggente di Saturno figlio
Mezza toglie ad un uom la sua virtude,
Come sopra gli giunga il dì servile.
Ciò detto, il piè nel sontuoso albergo
Mise, e avviossi drittamente ai Proci;
Ed Argo, il fido can, poscia che visto
Ebbe dopo dieci anni e dieci Ulisse,
gli occhi nel sonno della morte chiuse.”

A palazzo Milzetti di Faenza, sulla volta della sala nuziale, sono ritratti diversi episodi della vita di Ulisse, tra cui il riconoscimento da parte di Argo.

L’incontro tra l’eroe e il suo cane è stato anche immortalato da Theodor van Thulden in un’incisione del XVII secolo e dallo scultore inglese John Flaxman che ha realizzato diverse illustrazioni per l’Iliade e l’Odissea.

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