L’altra verità – Alda Merini

L’altra verità – Alda Merini

L'altra verità Book Cover L'altra verità
Alda Merini
Biography & Autobiography
BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
2013
158

Sinossi

Un alternarsi di orrore e solitudine, di incapacità di comprendere e di essere compresi, in una narrazione che nonostante tutto è un inno alla vita e alla forza del "sentire". Alda Merini ripercorre il suo ricovero decennale in manicomio: il racconto della vita nella clinica psichiatrica, tra elettroshock e autentiche torture, libera lo sguardo della poetessa su questo inferno, come un'onda che alterna la lucidità all'incanto. Un diario senza traccia di sentimentalismo o di facili condanne, in cui emerge lo "sperdimento", ma anche la sicurezza di sé e delle proprie emozioni in una sorta di innocenza primaria che tutto osserva e trasforma, senza mai disconoscere la malattia, o la fatica del non sentire i ritmi e i bisogni altrui, in una riflessione che si fa poesia, negli interrogativi e nei dubbi che divengono rime a lacerare il torpore, l'abitudine, l'indifferenza e la paura del mondo che c'è "fuori".

L’altra verità è un diario toccante, dolce ed amaro allo stesso tempo, in cui Alda Merini racconta gli  anni tragici passati in manicomio.

Alda Merini (nata a Milano il 31/03/1931) è stata una delle più acclamate ed importanti poetesse Italiane. Vissuta in un’epoca in cui la donna veniva spesso vista e trattata come un mero oggetto, venne internata nel 1962 nell’ospedale Paolo Pini, dove trascorse 10 lunghi ed angosciosi anni.

Nel 1965 la donna era soggetta all’uomo, e l’uomo poteva prendere delle decisioni per ciò che riguardava il suo avvenire. Fui quindi internata a mia insaputa, nemmeno sapevo dell’esistenza degli ospedali psichiatrici perché non li avevo mai veduti, ma quando mi ci trovai nel mezzo credo che impazzii sul momento stesso in quanto mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto molta fatica ad uscire.

La scrittrice aveva sofferto semplicemente di una lieve depressione; era una madre giovanissima ed una sposa felice ma non aveva nessuno con cui poter parlare del suo malessere. Col passare del tempo il suo esaurimento si era aggravato sfociando, quando le morì la madre, in una pesante sofferenza mentale. Da quel momento le cose andarono di male in peggio fin quando il marito non trovò soluzione migliore che chiamare un’ambulanza per farla condurre in manicomio.

Dopo qualche giorno mio marito venne a prendermi, ma io non volli seguirlo. Avevo imparato a riconoscere in lui un nemico e poi ero così debole e confusa che a casa non avrei potuto far nulla. E quella dissero che era stata una mia seconda scelta, scelta che pagai con dieci anni di coercitiva punizione.

L’altra verità: contro la pazzia, nemmeno Dio può nulla.

Gli infernali giorni che Alda Merini si trova ad affrontare in manicomio sono meticolosamente descritti, tanto che come lettrice spesso ho dovuto mettere la lettura in pausa per fermare le immagini strazianti che si formavano nella mia testa. Tra le peggiori ricordo il doloroso parto della scrittrice, alla fine del quale nemmeno le viene permesso di vedere la bambina (che verrà poi data in adozione). Seguono poi giorni passati legata ad un letto, senza potersi muovere, immersa nelle proprie feci…

letti putridi che parevano fatti di veleno; quei cuscini su cui forse il riposo non era mai sceso.

Farmaci pesantissimi come il Serenase, Pentothal o il  Dobren, somministrati forzatamente. Ed elettroshock usati per curare e per punire senza alcun criterio logico…

l’insonnia si curava con l’elettroshock, perciò molte notti stavo a guardare il soffitto e non dicevo nulla. Ma verso l’alba, dopo una notte bianca, silenziosamente piangevo. 

Ma anche negli inferi più bui si può trovare qualche cosa di candido e puro, come l’amore. Forti e veri sono infatti i sentimenti che Alda Merini prova per Pierre, un degente della parte “maschile” del manicomio (uomini e donne venivano tenuti in zone separate, fino al giorno in cui i cancelli tra le due zone vennero aperti).

Per lei Pierre è un rifugio vero e proprio, un angolo di paradiso dove la scrittrice riesce ad isolarsi dagli orrori del manicomio. Il loro amore, fatto di passeggiate nel parco e scambi di piccole margherite, li salva per lungo tempo dal putridume che li circonda, fin quando Pierre viene deportato in un altro manicomio.

L’arta verità è un libro che entra nell’anima del lettore lasciando, pagina dopo pagina, la sensazione di aver vissuto con la scrittrice all’interno di quelle mura infernali. I lamenti, gli odori, i dolori ed i sentimenti descritti escono prepotentemente fuori da queste pagine, ed incidono il cuore lasciando una cicatrice indelebile.

Alla fine di queste sconcertanti confessioni, Alda Merini ci stupisce regalandoci un punto di vista del tutto diverso e sicuramente degno di riflessione. Perdona, smussa, accetta e comprende i terribili giorni passati nell’ospedale Paolo Pini, ma non solo, ci illumina su un’altra verità…

Il vero inferno è fuori. Qui a contatto con degli altri, che ti giudicano, ti criticano, e non ti amano.

E non posso che darle ragione. Perché mentre in manicomio si vive con la speranza di poter uscire, dalla realtà, ahimè, uscire è impossibile.

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